Partner-sintomo e matrimonio

30.01.2018

Con l’espressione partner-sintomo ci riferiamo alla prerogativa di un partner che, oltre alla funzione immaginaria nell’amore, e a quella simbolica nello scambio discorsivo, occupa un posto reale nella nostra vita. Non indichiamo quindi semplicemente un problema da risolvere nella relazione di coppia.

Quando parliamo di sintomo si tratta di un sintomo rispetto al quale l’obiettivo certamente non è la guarigione. Il sintomo, in senso analitico, non è inteso esclusivamente come fonte di sofferenza o motivo di impedimento. È qualcosa di più articolato e di più complesso: per un verso è un intralcio, ma è di fondo un segno del godimento, e poiché non c’è godimento senza corpo, l’espressione partner-sintomo implica la presenza corporea dell’altro. Eliminare il carattere sintomatico della relazione significherebbe rendere la relazione extracorporea, depurarla del corpo.

Sappiamo quanto sia raro, eccezionale, complesso l’incontro d’amore, conosciamo il carattere di evento che una storia d’amore riveste, con i suoi rituali di corteggiamento, con i dubbi, le incertezze e le sorprese che la caratterizzano prima che si stabilizzi in una relazione di lunga durata. Occorre, in un certo senso, per ciascuno dei due partners, abituarsi all’altro, smussare man mano gli spigoli o lasciare scendere la temperatura dell’incontro passionale per entrare in una velocità di crociera. Tutto questo fa parte del carattere sintomatico dell’amore, tanto che la tradizione materialista del pensiero fa dell’amore una malattia, già a partire da Lucrezio, per il quale la sessualità è un incontro di corpi e il seme esce come dal corpo come ne esce il sangue, in modo naturale. Se il sangue continua a uscire  ̶ cioè se la relazione passionale dura  ̶ è perché la ferita non è rimarginata, la piaga non è guarita, e l’amore è questo: una ferita che sanguina.
 
L’amore e la relazione sono fatti di momenti sublimi e di momenti infernali, almeno nella versione che dal canto trobadorico giunge fino al romanticismo. Ma il capitalismo ha trasformato tutto questo, e internet ha contribuito a plasmare in modo diverso le emozioni che entrano in gioco nell’incontro amoroso.
Prendiamo per esempio i siti di incontri. In questi anni hanno avuto una vera e propria esplosione nelle frequentazioni, e a partire dal 2002 sono diventati la principale categoria di contenuti a pagamento con incassi fino a oltre trecento milioni di  dollari l’anno. Consideriamo solo i siti che si propongono di aiutare le persone a trovare relazioni stabili, trascurando quelli con orientamento esplicitamente sessuale. La premessa è che, su basi scientifiche, a partire dalle caratteristiche relative alla personalità, alle preferenze di vita, all’espressione delle emozioni, al controllo dell’ira, ai gusti sessuali, sia possibile cercare e selezionare un partner dal profilo psicologico compatibile con cui avviare una relazione stabile. Tutto parte da un’autopresentazione per realizzare la quale è necessario rispondere a un elevato numero di domande sulle proprie caratteristiche più intime. Si espone così in uno spazio pubblico il proprio privato, quel che dovrebbe restare più riservato, e possiamo immaginare che le autopresentazioni, entrando in un mercato a forte concorrenzialità, se vogliono avere qualche riscontro cerchino di offrire i tratti che maggiormente assecondino i gusti del pubblico. Ne consegue un effetto di standardizzazione che possiamo facilmente immaginare.
 
Nel suo libro Cold intimacies, Eva Illouz sottolinea l’effetto di questo meccanismo che rovescia il rapporto tradizionale tra attrazione e conoscenza. Se nella prospettiva tradizionale l’attrazione procede da elementi indefiniti e porta man mano alla conoscenza dell’altra persona, nella versione internet la dettagliata descrizione degli attributi necessaria per entrare nel mercato degli incontri implica che la conoscenza preceda l’attrazione, con un effetto di reificazione e di perdita di quella sorpresa che costituisce l’essenziale nell’incontro d’amore. La testimonianza delle persone che hanno frequentato questa via per accedere a un partner parlano in effetti di delusione, di disinvestimento, della fatica di doversi ogni volta presentare in una modalità innaturale, forzata, che corrisponda all’ideale descritto sul sito. D’altra parte, proprio perché i siti vantano la scientificità del loro metodo, mettono per definizione fuori gioco il fattore sorpresa. Alcuni siti non puntano neppure sulle peculiarità psicologiche, e fanno maggior affidamento sulle caratteristiche biologiche, compilando degli algoritmi funzionali a realizzare un incontro calcolabile in base alla perfetta corrispondenza dei dati. Naturalmente un’incontro calcolato non può essere particolarmente emozionante e lo confermano molti utenti dei siti dopo alcune esperienze. 

I siti d’incontri sono solo la lente d’ingrandimento di una crisi delle relazioni che nella clinica psicoanalitica è possibile constatare: sempre più infatti le richieste d’aiuto che ci giungono sono relative a problemi di coppia e di relazione. Se c’è stato un tempo in cui il sintomo anoressici e di disturbi alimentari erano dominanti, e uno successivo in cui il panico era la spinta maggiore a consultare un’analista, sicuramente ora il problema delle relazioni ruba la scena. Naturalmente la nostra clinica è fatta di piccoli numeri, di percezioni, di indizi, e quando i giornalisti ci intervistano sempre sono a chiedere dati che confermino con la forza del loro valore oggettivante l’apparente fragilità delle nostre impressioni. Ho voluto allora esplorare questo lato oggettivante per suffragare quel che, d’altro canto, mi sembra molto più sicuro preso dal lato concreto ed espressivo dei casi che vediamo.
 
Ho consultato quindi le statistiche dell’ISTAT, che non rivelano nulla di diverso da quel che sapevamo già, ma che offrono l’apparente garanzia dell’oggettività. Secondo i dati ISTAT a partire dagli anni 2013/2014 c’è stato un assestamento nel fenomeno delle separazioni e dei divorzi in Italia: 83.303 le separazioni, in aumento dello 0,5% sull’anno precedente, 52.335 i divorzi, in calo dello 0,6%. Questo assestamento avviene però sullo sfondo in cui, negli ultimi vent’anni, le separazioni sono aumentate del 70,7% e i divorzi sono quasi raddoppiati.
Altro dato interessante: cresce l’età in cui ci si separa. Nel 2000 la maggior parte delle separazioni ricadeva nella fascia della seconda metà dei trenta, tra i 35-39 anni. Ora l’età media ricade nella metà dei quaranta, entro i 44-47, indice questo di una crescente propensione allo scioglimento anche delle unioni di lunga durata.
In sintesi: ci si sposa meno, i matrimoni durano sempre meno, aumentano le separazioni e i divorzi, crescono le convivenze, e ci si separa anche dopo lunghe unioni apparentemente consolidate.

Tutti gli indicatori mostrano una crescente instabilità della coppia. Si tende a interpretare questa instabilità sullo sfondo di motivi sociologici. Bauman parlerebbe di amore liquido, dell’incertezza delle relazioni umane in un’epoca in cui il declino delle autorità forti fa sentire abbandonati a se stessi e fomenta l’individualismo. La ricerca di sicurezza nella relazione entra però in conflitto con il timore di restarvi impigliati. La relazione di coppia soffre sicuramente in modo amplificato della tensione polare tra sicurezza e libertà di cui Freud aveva parlato nel "Disagio della civiltà". A questo si aggiunge l’ingrediente consumistico del capitalismo contemporaneo, favorito dalla maggiore libertà femminile: è più facile anche per una donna sbarazzarsi di un legame che non è più funzionale al benessere individuale e, nell’epoca post-disciplinare, il benessere personale è senz’altro innalzato a valore primario che guida le scelte di vita.

Questa situazione porta il regime di coppia a funzionare un po’ come la città di Leonia nel racconto di Calvino che si trova ne Le città invisibili. Leonia "ogni giorno si sveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dell’ultimo modello di apparecchio".
Questa passione per il nuovo ha un risvolto in Leonia: la necessità di sbarazzarsi continuamente di quel che si ha per far posto e per far entrare l’intonso. La rottamazione continua è l’altra faccia dell’ossessione per il rinnovamento. La spazzatura così cresce, e più si espellono cose, più se ne accumulano, e la montagna di scorie rischia di sommergere la città nel proprio passato che invano tentava di respingere. È una logica che vediamo con chiarezza nell’analisi quando il soggetto tenta di rigettare sull’altro la scoria di sé da cui ci si vorrebbe liberare, quando cerca di allontanare l’altro come portatore del residuo di un passato che non passa, e che si ripresenta a ogni nuovo tentativo, quando le passioni accecanti dell’inizio si attenuano e l’altro appare nella propria imperdonabile realtà.

La centralità che ha preso oggi la relazione di coppia nella ricerca di benessere, sicurezza, libertà, dove si tenta di comprimere insieme elementi contrastanti, spiega il boom a cui assistiamo nelle richieste di consulenza che si occupano di curare i legami. Il compito imponibile che queste richieste presentano è che partono da una domanda d’amore, dove l’amore è qualcosa che si può solo offrire e non chiedere, che cercano un appagamento che non può mai essere completo senza essere oppressivo, incarcerante, come è imprigionante ogni legame d’amore. La richiesta più comune poi è quella di aggiustare l’altro, di riparare il giocattolo rotto, che non funziona più come all’esordio, che ha perso smalto, che non ha mantenuto le promesse, che dopo il momento accecante della passione iniziale si presenta nella sua nuda realtà di essere umano. 

Quali considerazioni si possono fare alla luce del discorso psicoanalitico su questo quadro offertoci dal momento sociale in cui viviamo?

La prima cosa che la psicoanalisi ci mostra per quanto riguarda le relazioni è che tutto sarebbe più semplice se, come gli animali, fossimo guidati dall’istinto. Negli animali esiste quel che possiamo chiamare l’istinto sessuale. L’istinto è un binario: in ogni specie si verifica uno scambio di segnali grazie al quale si incontra il partner dell’altro sesso. Ogni specie ha dei segnali particolari, inequivoci, e l’interazione è a colpo sicuro: non c’è un problema con la sessualità nel mondo animale, proprio perché c’è un istinto sessuale. Nel mondo umano non abbiamo un analogo sistema inequivoco di segnali. Nel mondo umano la relazione con l’altro sesso è mediata dal linguaggio, che pullula di equivoci, che ci getta in mille incertezze. Per raggiungere il partner nel mondo umano occorre passare attraverso delle prove come nella scelta degli scrigni, occorre passare attraverso l’ignoto dello scrigno di piombo, dove bisogna giocarsi tutto, scommettere senza riserva per ottenere l’oggetto di desiderio.

Nel mondo umano non c’è la forza cieca dell’istinto che preme, ma c’è l’imposizione di una scelta, con l’implicazione di dubbi, di incertezze che questo trascina con sé. Invece dell’istinto abbiamo il desiderio, abbiamo il godimento, abbiamo l’amore, che non sono certo fatti per combinarsi in modo univoco, né per convergere con sicurezza verso un solo oggetto.

Il desiderio ha una struttura in sé contraddittoria, come il paradosso del mentitore, dove dico di mentire e dicendolo dico la verità, ma proprio perché dico la verità sto mentendo, e non se ne esce. Il desiderio è analogo: desidero davvero quel che voglio? Voglio veramente quel che desidero? Non mi sto perdendo dietro una vana immagine, come nel castello di Atlante? Va bene quel che desidero o non è piuttosto qualcosa che mi si ritorcerà contro, di cui dovrò pagare lo scotto? Sappiamo che nella nevrosi, cioè nella vita normale, ognuno ha diverse strategie per sottrarsi a ciò che desidera. L’isterica lascia sempre una punta del proprio desiderio insoddisfatto per non sentirsi divorata dall’Altro, e perché l’Altro a sua volta continui a essere insoddisfatto, cioè ad avere bisogno di lei. Nella nevrosi ossessiva il desiderio è bloccato: con la stessa forza il soggetto vuole e non vuole. L’ossessivo non fa la mossa agile dell’isterica, che si espone come esca del desiderio dell’Altro, per poi sottrarsi. L’ossessivo tende piuttosto a incarcerare l’oggetto, a prenderlo tra i suoi tentacoli, e a consumarlo, il che vuol dire distruggerlo. Per questo troviamo spesso nelle nevrosi ossessive delle inibizioni che frenano, che contrastano questo processo. Oppure troviamo la strategia degli slittamenti progressivi, un differimento infinito che tiene l’oggetto, allontanando, o centellinando la consumazione. È un modo diverso di mantenere l’insoddisfazione.

L’incertezza del desiderio  diversamente dall’istinto che funziona in modo automatico – è data dal fatto che dipende dalle circostanze, dall’opportunità, e soprattutto dipende dall’Altro a cui si rivolge. Lacan lo sottolinea dicendo che il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro. Bisogna che l’Altro mi desideri perché anch’io lo desideri. Potremmo pensare che questo assomiglia agli scambi di segnali nel mondo animale. Ma l’Altro del mondo umano è più complicato, più enigmatico, più ambiguo. La psicoanalisi ha riconosciuto il particolare fenomeno che ha chiamato ambivalenza. E se c’è bisogno del desiderio dell’Altro perché io possa desiderarlo, perché ne sia sollecitato, il carattere di questo desiderio può risultarmi però fastidioso, può esserci qualcosa che mi disturba, che è dissonante. Per esempio nel film Her quando il protagonista, Thomas va in una chatline per un’incontro erotico, tutto sembra procedere molto bene fino al momento in cui la ragazza gli dice: "Prendi il gatto morto!". Thomas sgrana gli occhi. "Sì quello accanto al letto!". Qui vediamo che Thomas perde il filo. Sentiamo che rapidamente la ragazza ha un orgasmo e, senza cerimonie, riappende il ricevitore. È una scena molto espressiva: evidentemente il "gatto morto" riguarda il fantasma della ragazza, ma non coincide con le fantasie di Thomas, che resta preso in contropiede e, respinto, perde l’ispirazione. Nello stesso modo in cui il desiderio dell’Altro può riecheggiare il mio, può entrare in dissonanza o posso sentirlo come ostacolo, come limite, come divieto.

Sullo sfondo di questo tema del desiderio dell’Altro come interferenza, come stonato nelle melodie del mio desiderio, si staglia il fantasma di Pigmalione, il fantasma del partner fatto con le mie stesse mani, che è solo un riflesso di me stesso, che assorbe completamente il mio desiderio senza nessun filtro. È un tema di grande attualità che la tecnologia, non più solo la fantascienza, sta sfruttando. Ci aveva incuriositi Bladerunner, con Rick Deckard interpretato da Harrison Ford che si innamora della bella replicante. Ora c’è uno studioso di intelligenza artificiale, David Levy, convinto che entro il 2050 i robot sessuali saranno comunemente diffusi, e che sposarsi con un robot sarà legalizzato. Il sesso con i robot sarà normalmente accettato, come lo sono ora l’omosessualità, il sesso orale e la masturbazione. La sua idea è che i robot serviranno per fare pratica, perché avranno un livello di conoscenza delle tecniche erotiche e dei problemi psicosessuali che non temono rivali, e inoltre saranno insegnanti pazienti.
 
Se questi temi possono sembrarvi un po’ remoti, o più legati alla fantasia di Philip Dick che alla nostra realtà, c’è tuttavia la riflessione assolutamente attuale di una seria psicoanalista americana ma formatasi in Francia, Sherry Turkle, che mette in guardia contro quelli che chiama "artefatti relazionali". Questi non sono fantascienza e sono già disponibili. Sono robot che imitano espressioni emotive, che fanno il gesto di rivolgersi a noi. Sono bambole o animali di pelouche per i bambini e robot di compagnia per gli anziani. Il quesito della Turkle è come questi artefatti, in grado di suscitare reazioni emotive, potranno trasformare il nostro mondo emotivo, il nostro modo stesso di amare. È una questione senz’altro più sofisticata di quella posta da David Levy. Non si tratta del perfezionamento dei giocattoli sessuali, ma di qualcosa che può incidere sul mondo dei sentimenti, qualcosa che si avvicina davvero al sogno di Pigmalione. È vero, d’altra parte, che i robot sessuali di David Levy toccano più il versante del godimento che quello del desiderio, e per questo motivo in realtà non possono essere dei buoni insegnanti relazionali. 

Se il desiderio implica infatti la relazione con l’Altro, il godimento mette in gioco piuttosto l’aspetto pulsionale, che chiede solo soddisfacimento. Freud ha mostrato che la pulsione non cerca un partner umano, ma un oggetto, un frammento, e la pulsione si inanella su se stessa facendo il giro di un oggetto. Ma l’oggetto non è un partner, è solo ciò che serve per soddisfarsi. La pulsione è una spinta costante alla ricerca di una soddisfazione che nulla limita, non ha un segnale di sazietà come la fame o la sete, ha come solo limite la morte, per questo il risvolto radicale della pulsione è la pulsione di morte. La pulsione non ha bisogno della persona dell’Altro, della sua integrità, si soddisfa piuttosto di parti del corpo, di frammenti. Ma questi frammenti di corpo possono essere sostituiti da esche, da parvenze. È la possibilità della sublimazione, che passa per l’oggetto artistico, o per l’oggetto tecnologico, per l’ultima novità della Apple. È l’oggetto "a" che è estratto dall’Altro, quello per cui Lacan dice: "Amo in te qualcosa più di te, per cui ti mutilo".

Accanto a tutto questo, accanto al desiderio e al godimento, c’è l’amore. L’amore mette insieme i pezzi sparsi. Diversamente dalla pulsione, il cui oggetto è l’aspetto più sostituibile, dove uno vale l’altro, nell’amore c’è un’elezione, il partner è innalzato all’unicità  ̶ è quel che nella folla indifferenziata individua, seleziona, privilegia. L’amore mette insieme il partner del desiderio e l’oggetto anonimo del godimento. Se l’oggetto del godimento è quanto vi è di più sostituibile, il partner dell’amore è per eccellenza l’insostituibile. Se nelle relazioni sociali, nel posto e nelle funzioni che ciascuno occupa, nessuno è indispensabile, la relazione d’amore è il luogo dove l’unicità dell’Altro lo rende assolutamente non intercambiabile. È il motivo per cui la rottura del legame d’amore è la fonte di un dolore che scuote le radici dell’essere. Con l’abbandono di un partner amato resta un buco che nulla può colmare. Lo vediamo nelle analisi: chi viene da noi sulla spinta di una lacerazione sentimentale non accetta nessun surrogato, e l’analisi in effetti non va orientata nel senso di offrire sostituzioni, ma nel senso di permettere o piuttosto di favorire il lavoro del lutto, soprattutto nei casi in cui il lutto è bloccato, è impossibile, diventa patologico.

L’amore, tra desiderio e godimento, è comunque altamente aleatorio, è assolutamente casuale, è legato a un incontro, non si può prescrivere né sollecitare. Che non sia prescrivibile vuol dire letteralmente che non è scritto prima, non c’è una formula, non c’è un binario analogo a quello dell’istinto animale. Proprio perché non c’è una formula, nelle relazioni umane c’è però spazio per l’invenzione. Nella relazione di coppia c’è un bricolage, un modo di mettere insieme elementi eterogenei. Si costruisce con il materiale che fa da legame, si prolunga la magia dell’incontro con quel che intesse poi la vita: viaggi, interessi, routine, umorismo, svaghi. Le coppie meglio riuscite sono quelle che sanno ridere di sé, che sanno convogliare la tensione del dramma nella liberazione della risata. Sono quelle che sanno perdonarsi i piccoli difetti anziché rilanciarseli contro incessantemente, facendone liste inestinguibili che riaffiorano intatte a ogni litigio. Ma ci sono anche coppie che hanno bisogno del litigio, per le quali questo è l’anticamera dell’erotismo, oppure semplicemente il partner è il polo necessario di scarico dell’aggressività. Potremmo dire che sono coppie sintomatiche, ma in realtà, abbiamo visto, tutte le coppie sono sintomatiche, sia quelle riuscite sia quelle no, perché il rapporto sintomatico sostituisce il rapporto sessuale che non c’è. Si tratta evidentemente del sintomo da cui non c’è guarigione, perché non c’è nessuna norma che includa il reale del sintomo.

Alla luce di quanto abbiamo detto fino ad ora, e grazie alla chiarificazione che ci viene dall’esperienza della psicoanalisi, torniamo ora ai dati che vi ho presentato all’inizio, che parlano di una riduzione dei matrimoni, di una loro crescente instabilità, di un aumento dei divorzi e delle separazioni. Questa instabilità dei legami viene spesso interpretata dalla sociologia come disgregativa, come leggibile sullo sfondo dell’individualismo. Non è falso, ma occorre considerare la ridefinizione contemporanea del matrimonio, che da contratto sociale, problema amministrativo, tramite di scambio e di alleanze famigliari, è diventato matrimonio d’amore.
 
Oggi ci scandalizziamo se sentiamo che in culture tradizionali si parla di matrimoni combinati, perché è diventato dogma da noi la libera scelta del partner. Ovviamente però non è sempre stato così. Il termine "dote" ci è ancora familiare, ed era il prezzo che la famiglia della sposa doveva pagare all’uomo perché sposasse la propria figlia. In altre culture la consuetudine era invece che fosse l’uomo a fare "un’offerta di matrimonio", che era il prezzo della sposa, il prezzo che l’uomo pagava alla famiglia della sposa per farla sua. Questo corrisponde alla figura ben nota del padre della sposa che si accerta del buono stato delle finanze dell’uomo a cui consegna la figlia in sposa. Il matrimonio è stato da sempre una transazione commerciale o di alleanze di potere tra famiglie, ed è indicativo del radicale cambiamento di senso del matrimonio nel nostro mondo il fatto che la maggior parte delle coppie che si sposano oggi scelga come regime la separazione dei beni.
 
Non è un fatto determinato solo dall’incertezza dei legami, è che il matrimonio non è più una questione commerciale. Il matrimonio non è più uno scambio tra famiglie, ma una questione della coppia, è una questione tra le persone che si scelgono.
Consideriamo ora quel che dice Freud ne “Il disagio della civiltà”. Freud afferma che, nello stesso modo della nevrosi, la coppia innamorata è una forza disgregativa del legame sociale. Come la nevrosi isola il soggetto dal gruppo sociale inibendogli la cooperazione nel lavoro, così la coppia innamorata si isola perché non ha bisogno di altro per la propria felicità. È chiaro che la felicità della coppia è quella dell’amore-passione, che è fondamentalmente diverso dall’amore coniugale. Ma se il matrimonio contemporaneo si fonda sempre più sul versante erotico e passionale, l’instabilità dei legami diventa, per converso, un fattore di sicurezza sociale: nessuna società potrebbe reggersi con un regime matrimoniale fondato sull’amore-passione. Questo è un tema che nelle narrazioni distopiche viene messo in risalto con chiarezza. In "1984" Wiston e Julia entrano in clandestinità nel momento stesso in cui si innamorano, e il successo del grande fratello è di riuscire a far si che si tradiscano l’un l’altra. Il potere totalitario teme il legame intimo, al punto che Stalin riusciva a far si che il figlio denunciasse il padre. In questo senso, malgrado le forze conservatrici tentino di contrastare i divorzi in nome della famiglia tradizionale, che chiamerei “famiglia non erotica”, non vi è in realtà nessun contrasto tra le forze rampanti del capitalismo e la cosiddetta società liquida delle relazioni.
Di fatto sono le società millenariste, che hanno maggiore esigenza di consolidare i legami sociali attraverso forme di ascetismo sessuale e passionali, come quelle nate intorno ai grandi monoteismi ebraico, cristiano e islamico, o del socialismo staliniano o maoiste della rivoluzione culturale.
 
A differenza delle società millenaristiche e fortemente marcate dall’utopia, le società occidentali in cui viviamo sono piuttosto incentrate su una sorta di presente dilatato, non traversato da particolari tensioni ideali, e non tenute insieme da grandi figure di riferimento. L’epoca cosiddetta post-ideologica vive in realtà di una sola ideologia: quella che si accorda al mercato. Ma il mercato non è una forza che unisce, è piuttosto qualcosa che tiene insieme le diverse individualità, facendo leva sull’interesse. Non viviamo in una società del padre  ̶ con il suo potere unificante  ̶ viviamo in un mondo fatto di pezzi sparsi, siamo nell’epoca del naufragio del Nome del Padre, ciascuno aggrappato a un relitto o, per dirla come Houellebecq, alla “possibilità di un’isola”. La relazione di coppia è un’isola in cui cerchiamo rifugio. Nell’oceano in burrasca in cui ci lascia il naufragio del Nome del Padre, il sintomo, come partner, è l’isola in cui ci ritiriamo.

La nozione di partner-sintomo è stata elaborata da Miller, e ha dato il titolo al corso che ha tenuto a Parigi nel 1997-98. Il corso sul Partner-sintomo viene dopo quello sull’Altro che non esiste, che è un modo di dire di quel che diceva Lacan: non c’è Altro dell’Altro, cioè non esiste un Nome del Padre che faccia da garanzia all’Altro, e che ne costituisca la coerenza. In matematica la coerenza è il solo criterio di esistenza. Se quindi l’assenza di Nome del Padre come garante dell’Altro lo lascia nella sua incoerenza, nella sua molteplicità  inunificabile, l’Altro che non esiste è il nome che possiamo dare alla nostra società occidentale non unificata in nome di una prospettiva utopica. Il partner-sintomo ne è l’immediata conseguenza.
Ma il partner-sintomo ha anche una funzione essenziale nel collocare clinicamente il soggetto. Lacan colloca il soggetto in relazione a due funzioni dell’Altro: l’Altro maiuscolo, cioè simbolico, e l’altro minuscolo, cioè quello delle relazioni immaginarie. Questa suddivisione tra un Altro simbolico e un altro immaginario ha una funzione essenziale nel maneggiare i fenomeni clinici. In breve la storia della clinica nell’orientamento lacaniano consiste nel definire inizialmente la posizione dello psicoanalista a partire dall’Altro maiuscolo e non dall’altro immaginario. Da questa posizione di ascolto lo psicoanalista può andare al di là di quel che è detto, differenziare quel che si articola nella domanda da quel che ci resta latente come desiderio. Questo non riguarda solo l’esperienza di analisi, perché anche nella vita di tutti i giorni non lasciamo che la nostra condotta sia guidata solo da relazioni immaginarie, e il nostro mondo è segnato dal tracciato di coordinate simboliche.
L’ossessivo, per esempio, fa uno sforzo estremo per preservare la purezza delle linee simboliche perché restino separate da tutto quel che è proveniente dalla pulsione, che può inquinarle. È il tipico formalismo dell’ossessivo.

Nella considerazione di Miller, in questa ripartizione tra Altro e altro, si sentiva mancare la componente pulsionale, e la nozione di partner-sintomo va ad occupare precisamente questa posizione. La definizione di partner-sintomo viene poi dalla generalizzazione di un’indicazione di Lacan che si domandava che tipo di partner fosse una donna per un uomo, rispondendosi che era un sintomo. Può certamente per molti aspetti essere un partner immagine, e in certe sfere dell’alta società lo è sicuramente. A New York, nei circoli degli affari e della finanza, la “prestige wife” è un’esigenza inderogabile. Ma è un fenomeno che conosciamo bene anche a Milano. Direi che oggi ne abbiamo un’icona di grande attualità in Melania Trump.

La donna però può essere un partner simbolico nel senso in cui conta per un uomo quel che dice una donna. L’esperienza più comune quando si incontrano le coppie è che la donna si sente non ascoltata o non riconosciuta. Lamenta cioè una carenza sul lato di quello che dovrebbe essere la sua posizione di partner simbolico, partner dell’interlocuzione. La donna è per l’uomo un’interlocutrice quando l’uomo prende sul serio quel che lei dice. Questo però si presta a diverse declinazioni possibili. Può per esempio assumere una funzione superegoica. Allora il lamento cambia verso, ed è l’uomo a lamentarsi dell’invasività verbale della compagna, o a sentirsene schiacciato. Mi è capitato una volta di un uomo che aveva chiesto un’analisi perché c’era qualche problema con la moglie, ed era stata la moglie stessa a suggerirgli di venire a vedermi. La cosa aveva però il senso di: "Vai a farti dare un’aggiustatina". Quando però l’uomo ha cominciato a sviluppare i suoi temi e a capire che avrebbe forse potuto o dovuto mettere in discussione la posizione della moglie, ne ha parlato con lei, e la volta successiva è venuto dicendomi che non poteva continuare l’analisi perché sua moglie non voleva: lei aveva capito che l’analisi non faceva per lui. 
È un esempio che mostra, direi, con chiarezza cosa intenda dire Lacan quando fa la differenza tra credere alle donne e credere nelle donne. Nel primo caso si tratta di credere a quel che una donna dice  ̶ e questo esempio ne dà il modello estremo. Sul fatto di credere o non credere nella donna, cioè nella sue esistenza, possiamo dire che la formula di Lacan "La donna non esiste" è in fondo un altro modo di dire "l’Altro non esiste", che le donne sono una per una, non soggiaciono a un modello normativizzante, non esiste una normalità femminile.

Miller nota inoltre come sia insufficiente dire che la donna è un partner immagine. Prende infatti la definizione sul piano in cui Lacan pone l’immaginario, e considera che per l’uomo la donna non è un simile. Freud infatti ha descritto l’effetto sconcertante che ha sul maschietto la scoperta del corpo femminile e il trauma provocato dalla differenza. Come partner simbolico poi, nello stesso modo in cui diciamo che l’Altro non esiste, anche la donna non esiste, e risulta anche qui un pino lacunoso. Per questo Miller prende la definizione che Lacan dà nel Seminario XXII RSI, lezione del 21 gennaio 1975, dicendo che la donna per un uomo è un sintomo, e la generalizza creando il concetto di partner-sintomo.
Qual è la funzione di questo supplemento concettuale? Il problema è, secondo Miller, che l’Altro maiuscolo del simbolico e l’altro minuscolo dell’immaginario non consentono di collocare adeguatamente la funzione economica, la funzione libidica. Accanto al partner simbolico e al partner immaginario occorre collocare il partner reale nelle coordinate dell’economia del godimento. Ed è questo l’aspetto reale di cui si tratta di tener conto quando vediamo le coppie. Accanto alle liti scatenate dal confronto immaginario e dai diverbi della coppia, quel “dobbiamo parlare” che a volte riecheggia e si traduce in dialoghi infiniti che girano intorno a qualcosa di sempre sfuggente su cui pare impossibile capirsi, accanto a tutto questo dunque c’è l’aspetto sintomatico del partner, la compensazione libidica che costituisce, e che forma l’aspetto inerziale, ma anche la soluzione che tante volte è difficile abbandonare o pensare di sostituire, come insegnano i trattamenti di coppia dove quanto più il partner è insopportabile tanto meno ce ne si può privare. Quando Freud e i primi analisti sostenevano che spesso un’analisi porta al divorzio, bisogna considerare che lavoravano con coppie borghesi, in un’epoca in cui il matrimonio manteneva tutto il suo valore di contratto economico, e non con le moderne coppie fondate sulla libera scelta e sulle sue varianti del sentimento, che vanno dall’amore adesivo all’intollerabilità, ma che sono sempre un collante libidico maggiore del puro formalismo contrattuale.
 
Conferenza tenuta a Milano, presso la Sezione clinica dell'Istituto freudiano, il 17 maggio 2017.
 
L'articolo è tratto dal blog a cura del Dott. Focchi.

Copyright dell'immagine: stokpic/pixabay/CC0

L'ultima volta aggiornato il 30.01.2018.

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