La dermatite atopica durante l'allattamento

26.09.2017

Un caso da me risolto di dermatite atopica in corso di allattamento al seno esclusivo: dimostrazione che non è una patologia legata all’alimentazione e che con opportuna terapia è possibile debellarla.

Brutta da vedere, fastidiosa da subire, apparentemente difficile da debellare: queste sono le connotazioni della dermatite atopica. Ogni genitore il cui figlio ne sia affetto deve fare i conti con dubbi terapeutici e soprattutto con decorsi lunghi, travagliati e spessissimo non felici. Moltissimi sono i prodotti in commercio che vengono pubblicizzati come risolutivi: la realtà è che i risultati sono piuttosto scarsi anche a lungo termine. Si tenta anche di modificare, nel caso di allattamento al seno esclusivo, la dieta materna a volte con restrizioni piuttosto spinte (prevalentemente latticini, cioccolato, frutta secca, marmellate e quant’altro) ma con esiti risibili o nulli.

Da svariati anni adotto una terapia specifica che prescinde dall’impiego dei dermoprodotti comunemente proposti. Ho messo a punto questo trattamento semplicemente basandomi sulle caratteristiche cliniche della dermatite che ha una componente infiammatoria come prima manifestazione e che successivamente evolve in ipercheratosi reattiva (croste più o meno spesse) in regioni cutanee tipiche (fronte, guance, plica auricolare posteriore e talvolta aree più o meno estese di braccia, gambe, tronco).

Lo schema terapeutico da me adottato ha sempre dato, negli anni, ottimi e rapidi risultati: l’ho pubblicato sul web (sito, forum di mammeonline, ecc.) ormai da tempo immemore. In questa sede, per corroborarne l’efficacia, riporterò un caso clinico emblematico: spero possa dare indicazioni al maggior numero di persone possibile inclusi colleghi alle prese con la patologia ed in difficoltà nell’affrontarla.

Credo sia utile che io descriva dapprima il razionale della mia terapia. Non ci sono restrizioni dietetiche per la madre in caso di allattamento al seno, né vi sono analoghe esclusioni alimentari in caso di bambini divezzi: la dermatite atopica non ha origini allergiche specifiche nei riguardi di cibi o bevande. Ciò non toglie che una certa attenzione nei bilanci dietetici in relazione all’età del bambino sia benefica non per la dermatite in se ma per un più ampio controllo dei fabbisogni in relazione alle fasi di crescita. In poche parole non c’è rapporto ma una corretta nutrizione, a prescindere dalla dermatite, è assolutamente necessaria.

Per la componente infiammatoria (ma solo se in fase acuta) mi avvalgo del Clobetasone butirrato 0,05%. L’applicazione avviene dalle due alle quattro volte al giorno nelle zone interessate, mescolato a Polienacido al 2% dopo impacco tiepido locale con acqua e bicarbonato. Il clobetasone butirrato ha una quota di assorbimento transcutaneo ma data la grande efficacia non è necessario applicarne una quantità notevole ne occorre protrarre la terapia per tempi prolungati (in media in una settimana al massimo si può sospendere). Il polienacido (praticamente vitamina F) è un dermoprotettore dermorigenerante: si può continuare l’uso, dopo estinzione della fase acuta, come preventivo. L’impacco col bicarbonato serve sia per abbattere l’acidità locale, sia per ammorbidire la cheratina e favorire l’assorbimento dei prodotti. Una volta risolta, la dermatite atopica si previene normalizzando il tono grasso della cute mediante frequenti unzioni delle parti affette con un olio neutro (va bene anche l’olio di vaselina): se la cute viene lubrificata, automaticamente diminuisce la secrezione sebacea cutanea quindi l’eccesso di attività delle ghiandole alla base dell’insorgenza della patologia.

Veniamo al caso clinico. Il piccolo S.C., nato il 23 ottobre 2015 ed allattato esclusivamente al seno, a circa un mese di vita ha manifestato i primi segni di dermatite a livello delle guance, della fronte e del cuoio capelluto. Tale situazione si è andata aggravando nei giorni tanto da indurre i genitori a consultare un pediatra che ha prescritto una terapia comunemente usata (matrice lipidica al 5%: nome commerciale Osmin) senza alcun esito apparente. A distanza di qualche tempo, visti gli scarsi risultati, tale terapia è stata sostituita da una crema a base di acido ialuronico, burro di karitè, acido glicirretico e vitamine E-C (nome commerciale: You Derm Sinatop) con un notevole peggioramento della situazione. La madre è stata inoltre consigliata di sospendere alcuni alimenti della propria dieta (latticini, noci, nocciole, cacao, confetture a base di pesche, albicocche, ecc.) ma ancora senza esito alcuno.

Il bambino è giunto alla mia osservazione dopo circa un mese e mezzo di terapie inutili esattamente il giorno 4/1/2016. L’immagine che segue è relativa alla situazione che ho constatato in quella data: ipercheratosi reattiva massiccia con sanguinamenti localizzati, forte prurito, disturbi del sonno.

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La prescrizione della terapia è stata la seguente:

1) quattro impacchi al giorno con acqua e bicarbonato, seguiti dalla applicazione di un mix di Clobetasone butirrato 0,02% e Polienacido al 5%.

2) Unzioni frequenti delle zone colpite con olio di vaselina (almeno 5-6 volte al giorno)

3) Nessuna restrizione dietetica materna

A distanza di 48 ore la situazione era quella riportata nell’immagine seguente:

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Non credo ci sia bisogno di commentare il risultato: dopo sole 48 ore di terapia locale l’ipercheratosi era pressochè del tutto scomparsa, l’infiammazione non più presente e la restitutio ad integrum delle regioni più compromesse (ferite da grattamento) quasi completamente ottenuta.

CON SCRITTA DOPO

Ecco il risultato a distanza di 4 mesi: la foto mi è stata inviata dai genitori in data 12/5/2016

La cura si è protratta per soli 8 giorni nella sua completezza per poi essere modificata come segue:

1) sospensione del clobetasone butirrato e degli impacchi con bicarbonato

2) applicazione, due volte al giorno, del solo polienacido

3) prevenzione di recidive attraverso l’unzione quotidiana delle parti con olio di vaselina

A 14 giorni di distanza dall’inizio terapia e a 6 giorni dalla sospensione del clobetasone il bambino non ha avuto recidive di alcun genere.

Spero che questo case report possa essere di qualche utilità a chi è alle prese con questo problema, sia esso genitore o collega prescrittore.

I miei ringraziamenti vanno ai genitori del piccolo S. che mi hanno autorizzato verbalmente a pubblicare le foto da loro stessi fornitemi: col loro gesto, hanno contribuito a questo mio tentativo di aiutare chi ha difficoltà a risolvere un problema tanto comune quanto fastidioso se affrontato con modalità imperfette.

 

L'articolo è tratto dal blog a cura del Dott. Tasca.

Copyright dell'immagine: MoFarrelly/pixabay/CC0

L'ultima volta aggiornato il 26.09.2017.

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