Infezioni nosocomiali: novità dal laboratorio

23. maggio 2013

Quando i pazienti si ammalano in ospedale e gli antibiotici non fanno più effetto può divenire estremamente pericoloso e costoso. Ricercatori e medici stanno tentando con sistemi differenti di venire a capo delle infezioni ospedaliere.

Le infezioni nosocomiali sono un problema. Un grosso problema. Ogni anno si verificano all’incirca dai 400.000 a 600.000 casi di queste infezioni e le morti ad esse associate sono tra le 7.500-15.000. In questo contesto uno dei pericoli principali è lo sviluppo di germi multi resistenti: un pericolo persino mortale specialmente per i pazienti immunodepressi o in terapia intensiva. Anche se al momento attuale, grazie all’introduzione di nuovi antibiotici, la situazione relativa alle resistenze nei batteri Gram-positivi multiresistenti (Staphylococcus aureus (MRSA), vancomicina-resistenti Enterococcus (VRE)) è migliorata rispetto a dieci anni fa, prima o poi si verificheranno nuove resistenze. I ricercatori, pertanto, non si limitano alla ricerca di nuovi antibiotici, ma cercano anche nuove vie.

Vaccini specifici pronti in pochi giorni

Un esempio è dato dal progetto del Dr. Andreas Wieser e del Prof. Sören Schubert, entrambi del Max von Pettenkofer-Institute, presso l’Univerità Ludwig-Maximilians di Monaco di Baviera. Essi hanno messo a punto un metodo che permette di produrre in meno di due settimane un vaccino specifico contro un agente patogeno isolato. I batteri vengono prelevati dal malato e poi vengono modificati geneticamente, moltiplicati e successivamente, tramite un procedimento basato su colonne, purificati e stabilizzati. Delle minuscole particelle dei batteri costituiscono la base del vaccino. Tale formulazione è particolarmente indicata per i pazienti che non sono ancora stati infettati dall’agente patogeno ma che, a causa di trattamenti complessi o di lunga durata devono permanere a lungo in ospedale o che per questo divengono immunodepressi.

Non è stato ancora sufficientemente chiarito in quale misura la vaccinazione risulti efficace per i pazienti già infetti. “Certo non si tratta di un ‘arma magica’, ma è comunque un ulteriore metodo per proteggere alcuni pazienti”, afferma il Dr. Wieser. Negli studi condotti su animali, il vaccino è risultato efficace sia come spray nasale che per iniezione.

“Questo nuovo metodo, che stiamo brevettando, offre una prospettiva interessante sia per la medicina veterinaria che per quella umana. In modo particolare il fatto di agire preventivamente contro agenti patogeni sempre più resistenti senza ricorrere all’uso di antibiotici chimici. Questo potrebbe rallentare lo sviluppo di resistenze degli agenti patogeni e prevenire così delle morti inutili. Tutto però dipende dalla velocità della produzione e questa, in ultima analisi, potrà essere valutata solo dopo gli studi per l’approvazione definitiva e le regolamentazioni delle autorità competenti”, sottolinea Wieser.

Approfittare del punto debole dei microrganismi

Il Prof. Dr. Günter Fritz dell’ospedale Universitario di Friburgo sta seguendo un approccio differente nella ricerca per il trattamento dei patogeni multiresistenti. Insieme ad alcuni scienziati negli Stati Uniti sono riusciti a dimostrare che il nostro sistema immunitario dispone di un efficace antidoto contro i MRSA. La calprotectina proteina, nota anche come S100A8/A9, riuscirebbe ad inibire la crescita dei patogeni: viene consegnata dalle cellule immunitarie nel sito dell’infezione e là lega con zinco e manganese. Il manganese è necessario a molti microrganismi per la produzione di un superossido dismutasi funzionale. “Con questo enzima i microrganismi si difendono dalle molecole di ossigeno reattive, emesse dalle cellule immunitarie nel sito d’infezione per danneggiare gli invasori. L’elemento manganese quindi ha un’importanza vitale per i MRSA”, spiega il Prof. Fritz.

Egli sarebbe in grado di rivelare il processo d’azione molecolare della calprotectina nel legame di manganese e zinco, indicando così un punto debole dei microrganismi. Questi risultati verranno usati per sviluppare nuovi composti in grado di si legarsi al manganese ed avere così un effetto batteriostatico, oppure per trovare delle vie per stimolare il sistema immunitario in modo che possa far fronte ai patogeni in modo autonomo.

Ma per quale motivo se nell’organismo è già presente questo meccanismo c’é bisogno di farmaci che facciano la stessa cosa? Spiega ancora il Dr. Fritz: “Nei pazienti infetti, gli agente patogeno hanno semplicemente già preso la mano. Ciò significa che il sistema immunitario non è stato in grado di difendersi in tempo ed in modo adeguato tempo e contro gli invasori. La complessazione di ioni manganese e zinco per S100A8/A9 è uno dei meccanismi attraverso i quali il nostro corpo cerca di venire a capo degli invasori sul sito d’infezione, fino a quando ulteriori meccanismi immunitari, come per esempio la produzione di anticorpi specifici, non sono in grado di intervenire.” Poiché S100A8/A9 è efficace contro numerosi microrganismi patogeni, Fritz intravede la possibilità di utilizzare un farmaco appropriato su larga scala.

Obbiettivo principale: evitare il contagio

Nel contesto delle infezioni nosocomiali risulta particolarmente importante evitare il passaggio di questi microorganismi potenzialmente pericolosi da paziente a paziente o dal personale al paziente (e viceversa). Alcuni studi condotti in terapia intensiva dimostrano che fino al 38 per cento dei patogeni ospedalieri proviene da altri pazienti o dagli operatori sanitari ed hanno quindi una causa esterna. “In casi come questi saremmo in grado, tramite una sistematica identificazione dei problemi d’infezione, di prevenire almeno il 20-30 per cento delle infezioni, in alcune strutture addirittura fino al 40 per cento”, spiega il Prof. Dr. Frank Brunkhorst della Clinica Universitaria di Jena durante il Congresso della Società tedesca per la Medicina Interna (DGIM) Il che vuol dire, concretamente, che in Germania potrebbero essere evitate annualmente fino a 180.000 infezioni – e 4.500 morti.”

Si tratta di cifre impressionanti. Oltre alle conseguenze anche gravi per la salute dei pazienti colpiti da infezioni nosocomiali bisogna considerare anche il sovraccarico lavorativo del personale che deve occuparsi più intensamente di questi pazienti e l’aumento dei costi per il sistema sanitario dovuto a ricoveri ospedalieri di lunga durata.

Lo studio ALERTS sta testando alcune misure per la prevenzione delle infezioni

Per ridurre le infezioni ospedaliere è necessario un programma di una gestione mirata della prevenzione delle infezioni. E anche per questo serve denaro. Denaro che però molti centri ospedalieri, a causa delle crescente riduzione dei costi del sistema sanitario, spesso non hanno a disposizione. Il Prof Dr. Brunkhorst coordina in quanto direttore del gruppo di ricerca per la sepsi clinica Paul Martini presso l’Ospedale Universitario di Jena, il primo studio di prevenzione a livello ospedaliero (ALERTS) che è finanziato dal Ministero Federale dell’Educazione e della Ricerca (BMBF). Tramite esso si dovrebbe dimostrare in che misura i programmi di prevenzione siano in grado di ridurre permanentemente i tassi d’infezione. Dopo una prima fase adesso è in corso una formazione per il personale. Il punto più importante è la disinfezione delle mani, ma vengono applicate anche altre misure come l’uso regolare di collutori antisettici per prevenire la polmonite da ventilazione, od una depilazione appropriata, compreso tagliare i capelli lunghi, prima di un intervento chirurgico per prevenire traumi della pelle e conseguenti infezioni, e molti altri metodi basati sulla prassi. Quale sia il rapporto costi-benefici complessivo della clinica sarà chiaro solo dopo la fine dello studio la cui valutazione è attesa per il 2014.

Tuttavia, il dottor Stefan Hagel, direttore dello studio ALERTS presso l’Ospedale Universitario di Jena, sottolinea: “Ci sono degli studi che indicano che una polmonite da ventilazione ha come conseguenze costi pari a € 17.000 e nove giorni aggiuntivi di ricovero ospedaliero.” Sarebbe certamente d’aiuto se anche i pazienti pretendessero che una clinica debba avere un programma efficace di prevenzione delle infezioni. Se il tasso di prevenzione delle infezioni ospedaliere fosse un criterio per la scelta dell’ospedale, gli ospedali attuerebbero più velocemente un programma di questo tipo.

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