Resilienza: la ricerca del DNA di Rambo

14. giugno 2016

Che cosa caratterizza un uomo che non crolla mai, nonostante lo stress costante? La resilienza è considerata un tratto caratteriale che può cambiare diverse volte nel corso della vita. I ricercatori nel campo dello stress delineano un quadro sempre più chiaro di ciò che accade nel cervello.

Solo i più duri sopravvivono. Chi supera tragedie e crisi senza gravi danni, prevarrà nel lungo periodo. Non solo in termini di evoluzione, ma probabilmente anche nella carriera professionale e persino nella resistenza alla depressione e al burnout. Questa durezza, il “saper sopportare” congenito o acquisito – si può imparare? I retroscena di ciò che gli esperti descrivono con il termine resilienza sono ancora sconosciuti.

Nessuna virtù innata

Un tempo chi si rimetteva in piedi rapidamente dopo un trauma grave, senza alcuna compromissione a livello mentale, come depressione o disturbo da stress post-traumatico (PTSD) era considerato intrinsecamente resiliente. Nel frattempo, la prospettiva è cambiata leggermente. Oggi la resilienza non è più tanto la virtù o il talento innato di sopravvivere più facilmente alle crisi. La riuscita dell’elaborazione di eventi di vita traumatici si può apprendere ed è considerata un processo dinamico, una capacità, che si può anche perdere nuovamente. Gli studi su persone apparentemente mentalmente resistenti e su animali da laboratorio rivelano un quadro ancora più chiaro di ciò che avviene nel cervello e anche nella periferia dell’organismo.

Non sempre lo stress è un veleno per il corpo e l’anima. Analogamente allo sport, lo stress acuto stimola il sistema nervoso centrale ad affrontare una minaccia e cercare un modo appropriato per farlo. Se la minaccia, tuttavia, diventa un pericolo continuo, l'”essere costantemente in guardia” modifica i meccanismi di regolazione cerebrali. La tensione costante procura quindi non solo problemi psicologici, ma aumenta il rischio di disturbi del sistema cardiovascolare. Lo stress cronico porta nel lungo periodo alla depressione e al burnout.

Recettori ad alta e bassa affinità

Nel frattempo sembra chiaro che negli animali da laboratorio lo stress cronico riduce i recettori del cortisolo o dei glucocorticoidi nell’ippocampo, così come la produzione del fattore di crescita nervoso BDNF, che svolge un ruolo particolare nella capacità di attenzione e memoria. Per contrasto, il rilascio di BDNF favorisce l’elaborazione dello stress senza depressione.
Tra l’ippocampo e l’area tegmentale ventrale (VTA) esiste uno stretto circolo regolatorio. In questo contesto il BDNF ha esattamente l’effetto opposto ed è associato alla depressione.

Sia ippocampo, sia amigdala possiedono un numero considerevole di recettori del cortisolo ad alta affinità, che reagiscono rapidamente allo stress acuto. I recettori corrispondenti nel lobo frontale, il nostro strumento per la pianificazione e le reazioni controllate, hanno un’affinità genericamente minore. Entrano in azione solo dopo che la prima grossa ondata di reazione allo stress attraverso il cortisolo nell’ippocampo e nell’amigdala è decaduta. Con questi due tipi di recettori, il cervello crea una sorta di tampone. Fino ad un certo livello di stress, gli stimoli attivano i memorizzatori che faciliteranno la reazione la volta successiva. Da lì in poi – in presenza di tensione costante – sono infine occupati anche i recettori a bassa affinità e la memoria non riesce più a utilizzare questa sovrastimolazione.

Collegamenti coperti

Lo stress a breve termine costringe le cellule staminali neurali a fornire neuroni aggiuntivi, pronti per l’uso nel giro di due settimane – nel caso in cui ritornino gli psico-attacchi. Lo stress cronico non solo riduce la formazione di nuove cellule nervose, ma sopprime anche il collegamento delle fibre nervose e taglia l’albero dendritico dei neuroni.

In caso di costante carico elevato, il complesso sistema di controllo dello stress è compromesso. Con un ippocampo contratto e un’amigdala crescente, la centrale di comando dell’organismo non riesce più a stimare l’entità della minaccia in modo corretto: nei pazienti fobici, tutto diventa una minaccia, in caso di burnout e depressione, la reazione ricade nel medesimo rischio.

I gruppi metilici controllano la risposta allo stress

Gli esperti stimano che il rischio di depressione sia ereditario al 40-60 per cento. Come la mettiamo allora con la resilienza? In ogni caso, sembra che gli eventi stressanti della vita si riflettano nell’espressione di determinati geni – sotto forma di diversa metilazione di specifici segmenti di DNA. Nei topi accuditi dalla proprie madri, i recettori per la gestione dello stress nell’ippocampo sono molto meno metilati rispetto agli animali della stessa specie con madri surrogato. La loro risposta allo stress è quindi molto più lenta. Questa osservazione è vera non solo per gli animali a quattro zampe. “La risposta allo stress”, dichiara Daniela Kaufer della University of California a Berkeley, “è una delle strutture più conservate dell’evoluzione.” E il suo collega Kieran O’Donnell di Montreal conferma: “Rispetto ai topi, osserviamo gli stessi cambiamenti nella metilazione del DNA del recettore dell’ormone nelle persone che hanno avuto un’infanzia difficile”.

Risultati più recenti mostrano che lungo tutto l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) i processi di metilazione contribuiscono a modellare la risposta allo stress e alle successive distribuzioni ormonali. Tuttavia, i traumi e lo stress costante sono sorprendentemente non solo specifici per taluni centri di controllo del cervello, ma possono essere scoperti sui geni rilevanti anche nella periferia dei linfociti. È possibile che in futuro sia sufficiente un esame del sangue per rilevare disturbi psichici?

Coccole contro le piccole agitazioni

Il totale evitamento di qualunque tipo di stress non fa bene allo sviluppo e al comportamento sociale. Lo mostrano nuovamente gli esperimenti su ratti [Paywall], che sono stati immobilizzati per un breve periodo in un sacco. Questa esperienza piuttosto sgradevole è affrontata dall’animale interessato insieme ai suoi compagni di prigionia. Si sono aiutati a vicenda nella cura della pelliccia e hanno condiviso un approvvigionamento di acqua limitato. Nel loro circolo cardiovascolare i livelli di ossitocina sono aumentati in modo significativo. Tuttavia, ciò è cambiato bruscamente quando a questo stress moderato si sono aggiunte sollecitazioni per la psiche dei ratti. Se i roditori annusavano l’odore di una volpe, il loro nemico naturale, il livello di stress saliva oltre il limite critico. Sia il comportamento sociale, sia il livello di ossitocina indicavano piuttosto un animale assolutamente spaventato. Lo stesso si può trasferire nel sistema umano. Il comportamento prosociale nel gruppo rafforza la resistenza allo stress sporadico e alla relativa elaborazione. Quando però è troppo, è facile che si trasformi in un disturbo da stress post-traumatico.

Un altro esperimento ha confermato i risultati: i ratti che percepivano un avversario gigante, allevato in termini di dimensioni e aggressività, non vivevano l’esperienza traumatica come un evento della comunità, soprattutto se si tratta di piccoli animali pacifici della stessa specie.

Marcatori genetici di resilienza?

Cosa c’entra tutto questo con la resilienza? Che cosa rende le persone resilienti? Forse, come ritengono ora molti ricercatori nel campo dello stress, le risposte a queste domande sono da ricondurre ai geni. Coloro che, come gli animali da laboratorio sanno adattarsi ad un ambiente in rapida evoluzione, mostrano probabilmente un altro modello epigenetico nei centri di gestione dello stress del proprio cervello. Anche nei roditori in laboratorio, ci sono sempre animali, che non si lasciano intimidire molto dai compagni aggressivi, che sopportano l’odore del loro peggior nemico e sono comunque a disposizione della comunità. Il neurobiologo Eric Nestler della Mount Sinai School of Medicine spera di riconoscerli dai tipici schemi di metilazione dei recettori ormonali.

Forse il percorso conduce poi ai fattori che portano a questa combinazione di circostanze. In ogni caso, non sembra esserci alcuna proprietà innata per natura, bensì un tratto caratteriale che nel corso della vita può cambiare sempre. Per chi ne possiede troppo poco, le linee guida raccomandano in futuro un induttore della resilienza anziché un antidepressivo.

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