Cancro al seno: un aiuto da B&T

31. agosto 2009

Un gruppo di ricercatori ha scoperto il significato del sistema immunitario nella prognosi del carcinoma mammario: se i linfociti B e T sono particolarmente attivi diminuisce la probabilità dell'insorgenza di metastasi.

Ogni hanno circa 57000 donne si ammalano in Germania di cancro al seno. Programmi di prevenzione e migliori possibilità ospedaliere hanno diminuto del 30% la possibilità che il cancro divenga mortale. Le Chanches sono particolarmente buone quando il tumore è limitato al seno e non ha ancora infestato i linfonodi limitrofi. Tuttavia, poichè il cancro al seno può espandersi molto rapidamente nel corpo, in alcune pazienti le metastasi compaiono dopo e nonostante l’operazione.

I medici hanno perciò stabilito alcuni criteri per poter prognosticare con maggior efficacia quali pazienti sono maggiormente a rischio di sviluppare metastasi. Oltre ai criteri tradizionali, come la grandezza del tumore e il numero dei linfonodi aggrediti, anche i fattori molecolari rivestono un ruolo sempre più importante. Ad esempio, normalmente ricevono una cattiva prognosi le pazienti le cui cellule tumorali si dividono molto velocemente e mostrano pochi recettori di estrogeni.

Le cellule immunitarie rallentano le metastasi

I ricercatori del tumore dell’Università di Mainz sono riusciti ad identificare un ulteriore fattore che permette una prognosi più affidabile del cancro al seno senza infestazione dei linfonodi ascellari. I medici dle team di Marcus Schmidt hanno pubblicato sul giornale Cancer Research che le chanches delle pazienti di non subire metastasi aumentano se le cellule immunitarie sono presenti e si riproducono nel tessuto tumorale. Schmidt ed i suoi collaboratori hanno analizzato, nell’ambito di uno studio retrospettivo, le analisi tissutali di 200 pazienti di cancro al seno che avevano subito un’operazione tra il 1988 ed il 1998 ed i cui linfonodi ascellari non erano ancora stati infestati.

Diversamente dal modo in cui oggi si usa procedere, le pazienti non avevano ricevuto ulteriori trattamenti terapeutici, “Ciò rende l’interpretazione di questi risultati molto più semplice, in quanto l’influsso dei medicinali non deve essere preso in considerazione”, sostiene lo stesso Schmidt. I ricercatori hanno studiato l’attività di circa 2600 geni nei tessuti tumorali. Questi erano configurati in un chip in modo tale da creare dei cluster che rappresentavano processi biologici diversi.

In particolare un cluster ha mostrato che alcuni geni, predisposti a velocizzare la divisione cellulare, sono particolarmente attivi. Conseguentemente in 28 di questi pazienti si sono riscontrate, dopo cinque anni, delle metastasi. Mentre gli altri furono risparmiati. “In realtà la comparsa delle metastasi avrebbe dovuto presumersi dalla velocità delle divisioni cellulari”, dice Schmidt, che aggiunge: “Ci siamo chiesti come mai le altre pazienti in cui le cellule tumorali si sono sviluppate altrettanto velocemente, non abbiano subito lo stesso destino”.

I geni dei linfociti T e B evidenziano una grande attività

Oltre a ciò i ricercatori hanno inoltre stabilito che nei pazienti senza metastasi due altri cluster di geni mostravano di essere molto attivi. Queste cluster contenevano geni che venivano attivati nelle cellule immunitarie, Questi geni portavano le istruzioni per la costruzione di proteine che svolgono un ruolo molto importante nei linfociti B e T, come ad esempio le immunoglobine e i recettori delle cellule-t. Al momento Schmidt ed i ricercatori stanno identificando i singoli geni.

Il medico presume che le cellule immunitarie si immettano nei tessuti tumorali, dove combattono il cancro. “Tuttavia è ancora assolutamente oscuro perchè in alcuni pazienti la difesa del corpo si attiva mentre in altri ciò non avviene”, dice lo stesso Schmidt. “altrattanto poco sappiamo di come le cellule immunitarie impediscano che singole cellule tumorali si stacchino ed entrino nella circolazione del sangue”.

Per guadagnare meggiore certezza, gli scienziati di Mainz hanno analizzato inoltre gli studi pubblicati relativi da altri due gruppi di lavoro con i dati dell’espressione genica di altri 588 pazienti con tumore al seno in cui non erano stati infestati i linfonodi ascellari – in entrambi i casi i risultati erano uguali a quelli del gruppo di pazienti di Mainz. “Per noi questa è la conferma che lo stato del sistema immunitario è egualmente determinante, nella prognosi del cancro al seno, al tasso in cui le cellule tumorali si dividono.

Manca uno studio di coorte

Al contrario vi sono esperti che incoraggiano un ulteriore studio: ”Quest’analisi è senz’altro interessante, ma un risultato concreto si avrebbe solo con uno studio di coorte su un numero elevato di pazienti, dice il Professor Manfred Kaufmann, direttore della clinica di ginecologia al Klinikum della Frankfurter Universität e presidente del consiglio di sorveglianza della Deutsche Krebsstiftung. Un tale studio potrebbe decidere se in futuro solo le pazienti affette da tumore al seno i cui i linfonodi ascellari non sono stati aggrediti e le di cui cellule immunitarie risultano meno attive, debbano ricevere una chemioterapia coadiuvante.

Schmidt non ritiene al momento di consigliare ad alcuna delle sue pazineti, sulla base del carattere retrospettivo del lo studio, di rinunciare alla chemioterapia, nonostante le sue numerose implicazioni. “Certamente tuttavial’operazione è sufficiente a curare circa il 70% delle pazienti i cui linfonodi ascellari non sono stati infestati, senza che sia necessaria la chemioterapia”.

Schmidt tuttavia spera che con l’aiuto del suo lavoro vengano sviluppati algoritmi per la prognosi che comprendano lo stato del sistema immunitario. “Ma poichè non sappiamo con precisione chi verrebbe curato con efficacia e chi no, prescriviamo a quasi tutte le pazienti, per sicurezza, la chemioterapia”. “Il nostro scopo non deve essere solo di non prescivere terapie eccessive ai pazienti, ma anche di sviluppare il minore numero di effetti secondari legati a queste”, dice Schmidt. Lo stesso vede una possibilità nella stimolazione del sistema immunitario delle pazienti affette da cancro al seno per mezzo di un vaccino.

Il vaccino potrebbe evitare la chemioterapia

Il medico non è l’unico ad essere di questa opinione: “Nei carcinomi mammari un vaccino coadiuvante potrebbe ridurre le chemioterapie ed i loro effetti drammatici”, dice Jalid Sehouli, direttore rappresentante dlle clinica di ginecologia e ostetricia del Berliner Charité. Tuttavia, poichè gli studi condotti fino ad ora non hanno ancora condotto a risultati veramente convincenti, entrambi gli scienziati sono dell’opinione che ci vorrà ancora del tempo, fino a che i vaccini possano diffondersi nella prassi clinica.

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