Leucemia: una direzione troncata

30. settembre 2009

Una speranza per i pazenti effetti da leucemia mieloide acuta: gli oncologi di Margburg, sono riusciti a dimostrare che il Sorafenib, un medicinale autorizzato contro il cancro ai reni ed al fegato, aiuta anche contro il cancro del sangue.

Il desiderio di quasi tutti i medici è di combattere con precisione le cellule tumorali. Nel caso della leucemia mieloide cronica (LMC) si è riusciti a farlo da alcuni anni. Con l’aiuto dell’efficace medicinale Imatinib le chanches di sopravivenza dei pazienti di LMC sono drasticamente cresciute. Per i pazienti che soffrono di leucemia mieloide in forma acuta invece non v’erano fino ad oggi equivalenti possibilità terapeutiche. I risultati del Team di ricercatori dell’Università di Marburg sono ora convinti che una parte dei pazieni affetti da LMA potrebbe giovarsi di un medicinale dall’efficacia simile.

Come nella LMC, nell’LMA le cellule precursori dei granulociti e dei monociti si riproducono in modo incontrollato: la malattia degenera inosservata e rapidamente fino a condurre alla morte nel giro di poche settimane. Poco meno della metà dei pazienti possono essere curati con una chemioterapia o con un trapianto di cellule staminali. Soprattutto i colpiti in cui si verifica una mutazione del gene FLT3 sono spesso soggetti a ricadute. Secondo Andreas Burchert, come scrive nel giornale specialistico Blood, questi pazienti reagiscono positivamente ad una monoterapia con il Sorafenib . “In un solo giorno le cellule leucemiche risultavano dimezzate e in un arco di tempo da 3 a 7 giorni erano completamente scomparse dal sangue dei pazienti”, dice lo stesso Burchert.

Un segnale permanente provoca una riproduzione incontrollata delle cellule

L’oncologo ha curato complessivamente sei pazenti affetti da LMA con una mutazione del gene FLT3 con quest’unico medicinale. Tutti i pazienti avevano registrato una ricaduta: tre dopo la prima chemioterapia, gli altri dopo un trapianto di cellule staminali. FLT3 conduce, per così dire, la direzione dei lavori per una proteina che si trova sulla superficie delle cellule stipite e che ne regola la riproduzione. Normalmente questo recettore tirosina chinasi raacoglie i segnali esterni che trasmette all’interno delle cellule e che ne predipongono la divisione. “Se è presente la forma mutata del recettore, ciò accade anche in mancanza di segnali esterni”, spiega lo stesso Burchert. “La proteina è in un ceto senso sempre attiva, per cui le cellule si riproducono permanentemente”.

Il Sorafenib interrompe la permanente trasmissione del segnale attaccandosi al recettore e bloccandolo. Il principio attivo (nome commerciale: Nexavar) appartiene agli inibitori della tirosina ed è attualmente impiegato control il cancro al fegato ed ai reni. I suoi effetti collaterali, nei pazienti LMA, sono limitati: i ricercatori di Margburg hanno ravvisato rossori cutanei, dolori alle mani ed ai piedi e diarrea.

A seguito della rapida scomparsa delle cellule leucemiche nel sangue il destino del paziente è corso in modo molto differenziato: in due pazienti, nonostante l’impiego della terapia con lo Sorafenib le cellule sono ricomparse, uno è morto dopo 216 giorni dalla comparsa della malattia ed uno ha potuto essere curato con un trapianto di cellule staminali. Negli altri rimanenti pazienti non si è verificata alcuna resistenza al medinale, due di questi pazienti sono tuttavia deceduti dopo rispettivamente 58 e 221 giorni per cause probabilmente non legate all’LMA.

Sorafenib ha un efficacia sorprendente

Particolarmente impressionante, secondo l’oncologo, è tuttavia la circostanza che gli altri due pazienti a seguito di un trapianto di midollo osseo, nonostante la ricaduta della laucemia LMA dopo il trattamento con il Sorafenib non mostravano altri segni di ricaduta. Burchert ha spiegato questo dato positivo in tal modo: probabilmente l’inibitore della tirosina ha un secondo effetto, quello di far sì che dopo il trapianto del midollo la reazione del donatore alla leucemia combattesse anche le cellule leucemiche rimaste”

Per provare tutto ciò sta organizzando uno studio clinico su un grande numero di pazienti. Nell’ambito di questo studio randomizzato, controllato verso placebo, con un gene FLT3 mutato a seguito di un trapianto di midollo osseo, dovrebbe essere somministrato ai partecipanti del Sorafenib, per evitare ricadute, fin dal suo inizio. Burchert spera che lo studio possa cominicare già all’inizio di quest’anno.

Altri esperti come il Prof. Hubert Serve, direttore della clinica medica dell’Università di Francoforte, raccomandano uno studio di questo tipo, sono tuttavia ancora scettici se i pazienzi LMA possano effettivamente essere curati con il Sorafenib come monoterapeutico: “fino ad ora nessun medicinale ha potuto evitare una ricaduta nei pazienti LMA”, sostiene Serve. “L’LMA, a differenza del LMC, non è una malattia monogenetica”. Oltre alla mutazione del FLT3 vi una lunga serie differenze di fattori ereditari e legate ai cromosomi che dovrebbero verificarsi insieme, affinchè una LMA venisse effettivamente sconfitta.

Il Sorafenib allunga le possibilità di attesa per i trapianti di midollo osseo

L’oncologo di Francoforte pone le sue speranze in una terapia che combini il Sorafenib con altri tarapeutici . Serve conduce al momento uno studio in fase II in tutta la Germania, in cui a 200 pazienti, cui è stata diagnosticata la LMA, viene somministrato il Sorafenib con una chemioterapia. Si attende i primi risultati per la metà del prossimo anno. Anche se è molto probabile che il Sorafenib da solo non sia efficace contro la LMA, è possibile che con esso si possa guadagnare tempo, come dice Serve: ”La ricerca di un donatore idoneo dura talvolta fino a tre mesi e proprio nei pazienti con con un gene FLT3 mutato il Sorafenib può contribuire in modo decisivo a tenere in scacco la laucemia fino al trapianto” .

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